MEDITAZIONE

Era il 1965 e in quegli anni ero una bambina quando fu pubblicato un lungo articolo dal titolo “L’obbedienza non è più una virtù”. L’articolo – qualcuno fra i più anziani ricorderà Ubbidienza – Una meditazione a partire dal battesimo di Gesù in Matteo 3, 13-17

– era stato scritto da un prete toscano, Don Lorenzo Milani. Don Milani l’aveva scritto per contestare un documento a firma di una ventina di cappellani militari comparso sul giornale “La Nazione” il 12 febbraio di quell’anno. Il documento condannava l’obiezione di coscienza al servizio militare – allora non consentita dalla legge italiana – come “un insulto alla patria e ai suoi caduti, estranea al comandamento cristiano dell’amore, un atto di viltà”. In reazione a questa dura presa di posizione dei cappellani militari, preti cattolici come lui, Don Milani scrisse un testo molto interessante, e oggi – in epoca di nuovi sovranismi, dopo 55 anni, anche per molti aspetti attualissimo, in cui  affermò fra le altre cose: Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri”. L’articolo è un’appassionata difesa del diritto di ognuno/a di disobbedire a leggi che la coscienza considera ingiuste. Ecco il perché di questo titolo “L’obbedienza non è più una virtù”.

Ma che c’entra questa introduzione con il testo del Vangelo di Matteo  che abbiamo appena letto? In parte c’entra e spero di riuscire a dimostrarlo.

Questo è un testo molto importante perché narra un evento che è considerato centrale in tutti e 4 Vangeli, anzi un evento che ebbe luogo all’interno di un movimento. Il movimento è quello intorno a Giovanni Battista, l’evento è il battesimo di Gesù.

Del movimento di Giovanni il battezzatore sappiamo che fu un movimento di risveglio che coinvolse moltissime persone  in Israele. Ne parla anche lo storico ebreo del tempo, Giuseppe Flavio. Fu un movimento che aveva nelle regioni desertiche della Giudea il suo centro, particolarmente le sponde del fiume Giordano. Era qui che Giovanni chiamava a conversione chi vi accorreva, battezzando e predicando. Il suo stile di vita ricordava molto da vicino l’antico profeta Elia e la sua predicazione era forte e severa.

Marco comincia il suo Vangelo con Giovanni Battista, Luca intreccia la storia della nascita di Giovanni Battista con quella di Gesù, il Vangelo di Giovanni dà grande risalto a Giovanni Battista come primo testimone di Gesù il Cristo, l’agnello di Dio. E qui Matteo ne parla diffusamente dandoci esempi della sua predicazione, della sua severità, della sua identità come precursore di “Colui che viene dopo di me” che è “più forte di me”, colui che “battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco”. Nella scena di presentazione di Giovanni le parole più taglienti sono riservate a un gruppo particolare, “i farisei e i sadducei”, chiamati “razza di vipere”, esortati anch’essi a ravvedersi dalla loro vie e a fare frutti che dimostrino reale pentimento. Nessuna pretesa di privilegio per nessuno perché Dio è in grado di “far sorgere dei figli di Abramo da queste pietre”.

Insomma è all’interno di questo grande movimento di risveglio di massa intorno a questo straordinario profeta che Gesù viene presentato. Lui proveniva dalla Galilea per essere anche lui battezzato da Giovanni. Dal testo si evince che, dei 4 Vangeli, Matteo è quello che si fa interprete di una domanda e di un imbarazzo. Matteo scrive il suo Vangelo ad una comunità cristiana in un tempo in cui tanti conoscevano già Gesù che sapevano essere il Cristo, il Messia, sapevano della sua morte in croce, della sua risurrezione, conoscevano molto del suo insegnamento e della sua unicità, sapevano che era figlio di Dio. Non aveva Matteo appena raccontato del suo concepimento divino e della sua nascita speciale a Bethlehem? Ma come si conciliava tutto questo con il sottoporsi di Gesù al battesimo di ravvedimento per mano di Giovanni Battista? Di cosa doveva ravvedersi Gesù, il figlio di Dio?

E così Matteo fa emergere dal suo racconto la grande perplessità della sua comunità e di tutti noi.

Riascoltiamo il brano:

 13 Allora Gesù dalla Galilea si recò al Giordano da Giovanni per essere da lui battezzato. 14 Ma questi vi si opponeva dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» 15 Ma Gesù gli rispose: «Sia così ora, poiché conviene che noi adempiamo in questo modo ogni giustizia». Allora Giovanni lo lasciò fare. 

Giovanni pone il problema e Gesù gli risponde. «Sia così ora, poiché conviene che noi adempiamo in questo modo ogni giustizia». La riposta ad una prima lettura appare alquanto sibillina. Cosa voleva dire Gesù?

Solo guardando questa frase all’interno dell’intero Vangelo di Matteo possiamo comprenderla bene.

Cosa vuol dire giustizia nel Vangelo di Matteo? Cosa vuol dire adempiere?

Diversamente dalla nostra idea di giustizia che in qualche modo è impersonale, si riferisce generalmente alla legge che è  uguale per tutti (almeno in teoria), legge che va sempre osservata, qui “giustizia” significa fare ciò che Dio vuole. Il battesimo di Giovanni non era una prescrizione della legge di Mosè ma Gesù sentiva che sottoporsi ad esso era quello che Dio voleva da lui in quel momento: “Sia così ora”.

A volte nel linguaggio comune l’espressione “fare la volontà di Dio” ha un significato passivo, fare la volontà di Dio significa spesso accettare obtorto collo  una realtà immutabile, significa: “Non posso fare altro che accettare quello che mi accade. E’ volontà di Dio!”. Invece nei Vangeli fare la volontà di Dio significa attivamente fare qualcosa perché comprendiamo che è quello che Dio vuole da noi.

L’altra parola molto importante che c’è in questa frase è il verbo “adempiere”. Adempiere è il verbo che Matteo usa solo per parlare di Gesù. Gesù è Colui che adempie: adempie, porta a compimento le antiche profezie, adempie, mette in pratica appieno la legge di Dio, ma anche  la adempie nel senso che la completa. Ecco quello che Gesù dice più avanti: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la legge e i profeti. Io sono venuto non per abolire a per portare a compimento”. (Matteo 5, 17). Adempiere, completare, il verbo è lo stesso.

Questa frase è la prima frase che Gesù pronuncia in tutto il Vangelo di Matteo. E’ quindi una frase molto importante, potremmo dire programmatica di tutto il Vangelo.

Matteo dice che nel battesimo cui si sottopone, Gesù fa quello che è giusto fare, quello che comprende essere la volontà di Dio. Gesù fa quello che fa il popolo di Dio rispondendo alla predicazione di Giovanni Battista, Gesù sottoponendosi a quel battesimo dice col suo corpo che Dio lo approva, dice che è giusto, prende posizione rispetto agli accusatori, ai critici di Giovanni Battista. E’ umile e quindi sta dalla parte degli umili, dei poveri, dei peccatori che sanno di esserlo, dei piccoli, della gente comune. Per chi legge il Vangelo di Matteo e sa già la fine cruenta di Giovanni per mano di Erode, è chiaro che Dio, e Gesù con Lui, sta dalla parte di Giovanni e non di Erode, dei disarmati e non dei potenti.

E subito dopo il battesimo, Gesù salì fuori dall’acqua ed “ecco i cieli si aprirono ed egli vide lo Spirito  di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dai cieli che disse: ‘Questo è il mio diletto Figlio in cui mi sono compiaciuto’”.

Gesù è l’obbediente alla volontà di Dio, Colui che è mansueto e umile di cuore (cf. Matteo 11, 29) e subito dopo questa obbedienza Dio risponde con la sua dichiarazione: “Questo è mio figlio diletto”.

“La particolarità di Gesù nel nostro testo – afferma l’esegeta Ulrich Luz – non consiste nella sua preesistenza, e neanche nella sua nascita miracolosa – non importante per l’evangelista -, ma nella sua eccezionale obbedienza (…) e a questa obbedienza totale Dio dà la sua risposta” ( da “Matteo” vol.  I, Ed. Paideia,  p. 243).

Il lettore del Vangelo di Matteo  è consapevole che Gesù non diventa figlio di Dio nel battesimo perché lo è da prima, già prima del concepimento. Qui nel battesimo il suo essere figlio si rivela, si palesa al mondo e mette in risalto la caratteristica dell’essere figlio attraverso l’umiltà, l’obbedienza.

Questo è molto importante perché Matteo vuole dire con questo che la strada di Cristo  è anche la strada indicata ai suoi discepoli. Per Matteo l’essere figli di Dio è una realtà futura per esempio per coloro che si adoperano per la pace: “Beati coloro che si adoperano per la pace perché essi saranno chiamati figli di Dio”. La figliolanza divina fatta di ascolto e di obbedienza concreta a Dio è una strada dietro il Cristo che l’ha percorsa prima di noi.  Il sermone  sul monte indica quella strada che Gesù incarnò dall’inizio  fino alla fine quando lottò con Dio nel Getsemani ma poi si arrese alla sua volontà.

Ne parla anche l’epistola agli ebrei quando afferma: “Benché fosse Figlio, imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì; e reso perfetto divenne per tutti quelli che gli obbediscono, autore di salvezza eterna” (5, 8)

La lettura e la meditazione di questa pagina , come vi ho detto all’inizio, mi ha riportato alla mente quella frase di Don Milani “l’obbedienza non è più una virtù” e la sua lotta di allora per consentire l’obiezione di coscienza al servizio militare, per spiegarla a chi non riusciva a capirla.

Quella frase di Don Milani ha avuto il merito di affermare a quell’epoca e fino ad ora il diritto di ciascuno e ciascuna di noi di non ubbidire a leggi, convenzioni e autorità che riteniamo in contrasto con le nostre convinzioni più profonde.

Pochi anni prima, nel 1961, era stato processato il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann che invariabilmente, come tanti altri capi nazisti prima di lui, aveva giustificato le sue azioni dicendo che aveva ubbidito agli ordini dei loro superiori.

L’obbedienza a leggi umane che la coscienza considera sbagliate, quella obbedienza non è più una virtù – scrisse Don Milani – e in realtà non lo è stata mai.

Ma l’ubbidienza a Dio e alla sua volontà quando la comprendiamo a partire da Cristo che ce l’ha mostrata nell’umiltà sin da quel primo giorno, nella verità, nella solidarietà con gli piccoli, nell’amore perfino del nemico, quella obbedienza non solo è una virtù, ma è l’essenza del cammino dei figli e delle figlie di Dio.

Un’ultima cosa vorrei dirla a questo proposito proprio sul significato che storicamente noi battisti abbiamo sempre dato alla pratica del battesimo dei credenti. I primi battisti chiamavano sia il battesimo che la cena del Signore non sacramenti ma ordinanze. Sottoporsi al battesimo, proprio come fece Gesù, è dagli inizi in primo luogo un atto di obbedienza al volere di Dio, è il primo passo di affidamento dei figli e delle figlie di Dio a Dio stesso. Il battesimo cristiano afferma il primato di quella obbedienza su tutte le altre pretese obbedienze. Il battesimo cristiano è promessa di presenza di Dio e del suo Spirito nella nostra vita, è affermazione divina che siamo figli e figlie di Dio, è strada di discepolato dietro a Gesù che cammina davanti a noi. Se Gesù vi si sottopose – e lui non aveva nulla di cui ravvedersi –  chi siamo noi a dirgli di no?

Pastora Anna Maffei

Milano 12 gennaio 2020