MEDITAZIONE

           Testo biblico: Giovanni 1,35-39

  35 Il giorno seguente, Giovanni era di nuovo là con due dei suoi discepoli;

36 e fissando lo sguardo su Gesù, che passava, disse: «Ecco l’Agnello di Dio!»

37 I suoi due discepoli, avendolo udito parlare, seguirono Gesù.

38 Gesù, voltatosi, e osservando che lo seguivano, domandò loro: «Che cercate?» Ed essi gli dissero: «Rabbì (che, tradotto, vuol dire Maestro), dove abiti?»

39 Egli rispose loro: «Venite e vedrete». Essi dunque andarono, videro dove abitava e stettero con lui quel giorno. Era circa la decima ora.

 Cosa significa essere abitati da desideri? Prendiamo la scena descritta dall’evangelista Giovanni, all’inizio del suo racconto. Nelle righe precedenti troviamo il prologo solenne, che descrive la Parola divina, quella che ha detto il mondo, che ne esprime il significato originario. Parola che ora, sorprendentemente, si fa carne, ed entra nella storia per portare luce e vita. Ma ora, la narrazione punta la telecamera sul “giorno dopo”. Quando non ci sono più visioni e gli esseri umani si sentono persi, in un mondo che non esibisce il suo senso. Cosa fare? Dove andare?

Si può solo ricorrere ai suggerimenti di altri, che dicono: “ecco…, prova da quella parte”. Costoro indicano una strada da percorrere. Certo, non ci si può fidare del primo che passa. Ci vogliono testimoni credibili, come Giovanni il battista, che non parla per interesse, che non ha secondi fini. Lui ha lasciato tutto ed è andato nel deserto. Lui non si tiene stretti i suoi discepoli, ma li indirizza a seguire l’agnello di Dio.

Non pensiate, però, che quelle parole siano risultate chiare agli orecchi dei due discepoli. L’agnello ricordava loro la Pasqua, ovvero quella possibilità che la vita sia strappata dall’oppressione e giunga a libertà. Ma il dito del Battista, ora, indica una persona, non un ovino. Come interpretare quell’indicazione enigmatica?

Noi ci saremmo fermati, lamentando la non chiarezza della situazione e aspettando di capire meglio. I due discepoli, invece, corrono il rischio di procedere, senza capire tutto. Sono abitati da un desiderio che è più forte di ogni remora, per quanto legittima. Prima ancora di “intendere”, il desiderio suscita il “tendere”: mette in moto il corpo, spinge le persone ad arrischiarsi in terreni sconosciuti.

Qui, il desiderio non si confonde né con la mano che afferra la presa né con la mente che fantastica, senza che il corpo la segua. Qui, il desiderio mette in movimento i piedi, che iniziano a seguire Gesù.

Tuttavia, l’impellenza iniziale del desiderio, che smuove e spinge ad agire, non può rimanere tale. Il desiderio non è una forza cieca. La domanda di Gesù: “che cercate?”, invita a dare un nome al desiderio che ci muove, ad accompagnare il “tendere” del corpo con l’ “intendere” della consapevolezza.

Cosa avremmo risposto noi, a quella domanda? Forse, avremmo detto: cerchiamo la verità, il senso dell’esistenza. Presumo che avremmo detto così, perché noi sappiamo già chi è Dio e cosa gli si possa chiedere. Dal farmacista cerchiamo le medicine; dal negoziante una determinata merce; e da Dio ci aspettiamo le risposte alle grandi domande della vita.

I due discepoli, invece, non pregiudicano la ricerca, sulla base dell’idea che si sono fatti di Dio. Riconoscono che il desiderio che li abita non è chiaro neppure a loro stessi. E in ogni caso, non sarà una cosa nominabile a soddisfare quella spinta che li muove. E così, rispondono: “dove abiti?”. Cercano, cioè, la possibilità di una relazione, non un oggetto, una dottrina che plachi immediatamente la loro sete. Intendono che il loro tendere debba fare i conti con l’ “attendere”.

Desiderare, come suggerisce Gesù, significa andare e vedere. E stare. Quest’ultimo verbo è decisivo nel  racconto del Quarto Vangelo. Solo chi rimane e non si accontenta di un “mordi e fuggi” giunge a comprendere il mistero della vita. Come il tralcio, che rimane unito alla vite. Come quelle donne che stanno presso la croce e poi presso il sepolcro: solo chi rimane, pazientando nell’attesa, accoglie la Parola che si fa udire nel tempo della storia e incontra il Risorto che trasforma i sepolcri in giardini.

Stettero con lui quel giorno. Era circa la decima ora. Dunque, non interessava loro vedere l’abitazione di Gesù, per poi congedarsi dicendogli: “ora sappiamo dove abiti; torneremo a trovarti”.

Noi avremmo fatto così: perché i nostri desideri non ci consentono di fermarci. Siamo irrequieti, impazienti. Viviamo vite di corsa, facendo zapping da una situazione all’altra. Loro si sono fermati tutto il giorno, fino alle quattro del pomeriggio.

Il movimento iniziale del “tendere”, affrettato e arrischiato, è passato attraverso il movimento interiore dell’interrogare, dell’ “intendere”, per giungere alla sapienza dell’ “attendere”.

Il cammino del desiderio è fatto di scatti e di soste. Entrambi necessari per non spegnere la fiamma che ci abita o lasciarla consumare troppo in fretta.

 

Past.Angelo Reginato